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Invio Comunicati Stampa e Notizie

Scottanti rivelazioni del giornalista Surace al Convegno "La vicenda del Banco di Napoli"

Lo scorso 16 Ottobre 2017 si è svolto nella sede dell’Associazione Mediterranea, sita in via Carlo De Cesare 60 - Napoli, il convegno sul tema “La vicenda del Banco di Napoli”.

Il Convegno è stato organizzato da Paolo Pantani, delegato per Napoli del Partito Secessionista dell’Italia Meridionale e già presidente dell’ACLI beni culturali, che ha anche effettuato l’introduzione. Di seguito i relatori intervenuti al convegno.

Stefano Surace, il celebre asso internazionale del giornalismo d’inchiesta e presidente del Partito Secessionista dell’Italia Meridionale, che ha ricostruito la vicenda Banco Napoli nei dettagli, compresi quelli che si tiene assolutamente ad occultare. Adriano Giannola, presidente di SVIMEZ (l’Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno) sul tema dell’assorbimento della bad bank SGA da parte del ministero del tesoro, fondo Atlante. Francesco Fimmanò, ordinario di diritto commerciale e direttore scientifico dell’Universitas Mercatorum, sul tema crisi del capitalismo finanziario e fondazioni bancarie. Èpoi intervenuto Leonardo Impegno, deputato, che intende rappresentare, alla presidenza della Commissione parlamentare di indagine sulle banche, le conclusioni espresse dal convegno conclusosi con i saluti della coordinatrice Luisa Menniti. Fra i partecipanti al convegno abbiamo notato fra gli altri Amedeo Lepore, assessore della regione Campania alle attività produttive.

Le relazioni

Interesse particolarmente vivo ha suscitato la relazione di Stefano Surace, rigorosamente tecnica ma espressa con un linguaggio accessibile a chiunque, con la quale ha dettagliato la serie di abusi con i quali si è sottratto al Sud la sua di gran lunga principale banca, facendola divenire proprietà della torinese San Paolo-Imi (poi divenuta Intesa San Paolo), con gravissimo danno per gli interessi del territorio meridionale e della sua popolazione.

Fra gli abusi dettagliati da Surace proprio quelli che finora si era avuto estrema cura ad occultare da parte degli ambienti bancari, finanziari ed ad essi collegati. E a conclusione c’è stata una generale richiesta di avere copie del testo della relazione di Surace.

Il secondo relatore, Adriano Giannola, presidente di SVIMEZ, si è espresso come sua abitudine in maniera particolarmente dotta, ma con un linguaggio strettamente accademico, accessibile praticamente solo a certi esperti. Il terzo relatore, Francesco Fimmanò dell’Universitas Mercatorum, ha indicato fra l’altro una serie di gravi irregolarità dell’attuale presidente della Fondazione Banco di Napoli Daniele Marrama, sul quale sta del resto indagando la giustizia. Ha ricordato fra l’altro di essere stato designato dal governatore della regione Campania Vincenzo De Luca a far parte del Consiglio generale di detta fondazione, ma il Marrama e i membri presenti alla relativa seduta di detto consiglio avevano rigettato illegittimamente la sua designazione. Bene, a questo punto, visto l’interesse particolarmente vivo suscitato dalla relazione di Surace, riteniamo interessante aderire alle moltissime richieste di riportarne il testo, cosa che facciamo qui di seguito.                                

Le rivelazioni di Stefano Surace

Avevo sentito parlare spesso del fatto che il Banco di Napoli è stato sottratto al Sud in modo ignobile, ma non trovavo mai una spiegazione che ne dettagliasse tutti gli aspetti e fasi con cui ciò era stato realizzato. Sicché a un certo punto, nel quadro della mia campagna di stampa che ho sentito il dovere di effettuare per il Sud, mi sono deciso ad approfondire anche questo aspetto. Ed ho costatato che effettivamente la sottrazione del Banco di Napoli era stata realizzata in modo davvero orripilante, con una serie di abusi i cui autori e certi ambienti ad essi collegati hanno un assoluto interesse ad occultare.

Intorno al 1980 la Cassa per il Mezzogiorno ebbe ad assegnare numerosi lavori a molte aziende, impegnandosi a versare loro i finanziamenti corrispondenti. Nel frattempo incaricò tuttavia il Banco di Napoli di anticipare esso quei finanziamenti a quelle aziende, a titolo di prestiti che gli sarebbero stati comunque rimborsati non appena la Cassa per il Mezzogiorno avrebbe versato materialmente alle aziende i finanziamenti cui si era impegnata. E in effetti il Banco di Napoli erogò a quelle imprese ben 7 miliardi di lire per una quarantina di pratiche di credito. Sennonché a questo punto si provvide a sopprimere di colpo la Cassa per il Mezzogiorno (il 6 agosto 1984) che quindi non erogò a quelle aziende i finanziamenti previsti… Sicché quelle aziende si vennero a trovare nella situazione di dover rimborsare esse stesse, coi propri mezzi, quei crediti che avevano ricevuti dal Banco di Napoli. Ma comunque erano perfettamente in grado di farlo, come in effetti confermato in seguito in modo inoppugnabile, come vedremo.

Crediti esigibili fatti passare per inesigibili

Si trattava dunque di crediti ben esigibili, sennonché il governatore della Banca d'Italia all’epoca, Antonio Fazio e il ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi li fecero invece  passare sbrigativamente per inesigibili, contro ogni evidenza. E di conseguenza affermarono che il Banco di Napoli, non potendoli recuperare, rischiava un immediato fallimento. Sicché la fondazione Banco Napoli - che aveva il controllo del Banco poiché ne possedeva il 60% delle azioni – doveva vendere questo suo 60% per procurare i fondi assolutamente necessari ad evitare il fallimento. Ovviamente il presidente della fondazione, Gustavo Minervini, si oppose stupefatto osservando appunto che quei crediti, con ogni evidenza, erano in realtà ben esigibili… ma le pressioni perentorie anche se infondate del governatore della Banca d'Italia e del ministro del tesoro vanificarono la sua più che legittima opposizione. E così il ministro del tesoro Ciampi a un certo punto organizzò un'asta pubblica per la vendita appunto di questo 60% del capitale del Banco. Ebbene in quest’asta vennero presentate due offerte di acquisto (OPA), l’una per 400 miliardi di lire da parte del Mediocredito Centrale, e un’altra di molto inferiore, per soli 61 miliardi, dalla Banca Nazionale del Lavoro e dall’INA (l’Istituto Nazionale Assicurazioni) congiuntamente. La vendita doveva essere dunque aggiudicata ovviamente al Mediocredito per quei 400 miliardi, appunto molto superiori ai 61 miliardi offerti da BNL e INA. E invece si verificò il fatto incredibile che il ministero del tesoro (cioè appunto Ciampi) l’aggiudicò proprio alla BNL e all’INA, per quei 61 miliardi, bloccando l’offerta del Mediocredito Centrale col pretesto di una sua mancata formalità alla quale invece sarebbe stato facilissimo rimediare. E così quel 60% del capitale del Banco di Napoli venne svenduto scandalosamente per 61 miliardi invece che per 400 miliardi, con grave danno ovviamente per la Fondazione. Per la precisione di quei 61 miliardi il 49% (cioè 28,82 miliardi) vennero versati dalla BNL e il 51% (cioè 33,11 miliardi) dall’INA. Mediocredito ebbe allora a protestare più che legittimamente, ma fonti autorevoli riferiscono che il Ciampi intervenne personalmente dichiarando per telefono ai responsabili di Mediocredito "se intervenite vi distruggo!”.

Come si spiega ?

Ebbene come si spiegano questi comportamenti del Ciampi? Bisogna innanzitutto considerare che detto ministro era direttamente interessato nella faccenda, poiché la BNL era proprietà proprio del ministero del tesoro, ed era in condizioni finanziarie particolarmente gravi. In effetti la sua filiale di Atlanta (USA) diretta dal figlio del Ciampi, Claudio, aveva fornito all’iracheno Saddam Hussein fondi per l’acquisto di armi che tuttavia non erano stati poi rimborsati a causa della caduta di costui. E a seguito di ciò l’intera BNL rischiava di fallire. E così il fatto che la BNL aveva acquistato quelle azioni della Fondazione Banco Napoli per quella cifra irrisoria  di 28,89 miliardi, dava al Ciampi la possibilità  di rivenderla,  in un’asta successiva, per una cifra molto superiore, con ben cospicuo guadagno, e conseguente salvataggio della BNL dal fallimento e salvezza del suo suddetto figlio. Il Ciampi era dunque fortemente e personalmente interessato in tutto ciò, al punto d’aver organizzato e manipolato sfrontatamente quell’asta, della quale oltretutto veniva ad essere al tempo stesso l’organizzatore e il proprietario di una delle concorrenti, appunto la BNL con un vistoso quindi conflitto di interessi. E il seguito si svolse in perfetta linea con tutto ciò: in un’asta effettuata due anni dopo, nel 1999, una banca torinese, la San Paolo-Imi, presentò un’OPA di 6000 miliardi di lire per l’acquisto di BNL e INA ma anche di quel resto di capitale del Banco di Napoli, quel 40% che era di proprietà dei rimanenti azionisti. OPA che venne puntualmente accolta e così tutte le azioni che erano appartenute al Banco di Napoli (quelle già passate a BNL e INA e il rimanente ora aggiunto) passarono alla San Paolo-Imi. E in questa vendita 1746 miliardi andarono appunto alla BNL, 1836 miliardi all’ INA e 2400 miliardi dovevano andare ai rimanenti azionisti, ma a questi ultimi in realtà non furono versati. In tal modo venne realizzato l'exploit da un lato di vendere per... 1746 miliardi (!!!) le azioni che la BNL aveva acquistato per 29,89 miliardi, guadagnando quindi una cifra ben… 58 volte superiore!!! E così salvando la BNL dal fallimento e il figlio di Ciampi, Claudio, che l’aveva esposta a quel disastro. E per di più si otteneva di far cadere il Banco di Napoli - la sola grande banca del Mezzogiorno - nelle mani della torinese San Paolo-Imi (poi divenuta Intesa San Paolo) privando il Mezzogiorno della sua unica grande banca e così sferrando un colpo mortale all’economia meridionale. In tutto questo nel frattempo la SGA (Società per la Gestione di Attività) aveva recuperato praticamente tutti i crediti che il Banco di Napoli aveva erogato a quelle aziende, il che costituiva un’ulteriore, lampante conferma che si trattava di crediti esigibili, ad onta del Fazio e Ciampi che li avevano imposti sbrigativamente come inesigibili. Crediti recuperati che dunque dovevano essere assegnati di diritto alla Fondazione Banco di Napoli, e invece il ministero del tesoro se li è tenuti e li ha utilizzati per salvare delle banche del centro-nord a rischio fallimento: come Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria e così via…

Una serie sconvolgente di abusi

In sostanza dunque gli abusi salienti commessi in questa faccenda furono:

1) Indurre il Banco di Napoli a versare come crediti i finanziamenti che la Cassa per il Mezzogiorno risultava aver destinato a quelle aziende, con l’intesa che sarebbero stati rimborsati al Banco appena la Cassa per il Mezzogiorno li avrebbe effettivamente versati a quelle aziende.

2) Soppressione come per caso di colpo della Cassa per il Mezzogiorno (il 6 agosto 1984) che quindi non erogò i finanziamenti previsti a quelle aziende, le quali dovevano dunque rimborsare coi propri mezzi i crediti ricevuti dal Banco di Napoli. Cosa che comunque erano perfettamente in grado di fare, come rilevato osservato subito dal Minervini (e come poi confermato in modo inoppugnabile poiché li rimborseranno in modo praticamente totale attraverso la SGA , la Società per la Gestione di Attività).

3) Far passare invece quei crediti ben esigibili per crediti inesigibili, con conseguente preteso rischio immediato di fallimento per il Banco di Napoli.

4) Indurre quindi la Fondazione Banco di Napoli, che controllava detto Banco detenendone il 60% delle azioni, a vendere questo suo 60% di azioni per evitare quel preteso rischio immediato di fallimento del Banco.

5) Organizzare da parte del il ministero del tesoro un'asta pubblica per la vendita appunto di questo 60% del capitale del Banco, nel corso della quale  quale invece di attribuire la vendita alla Mediocredito Centrale che aveva offerto 400 miliardi di lire, l’attribuirono alla Banca Nazionale del Lavoro e dall’INA che avevano offerto congiuntamente un cifra molto inferiore, cioè 61 miliardi. Per la precisione di quei 61 miliardi il 49%, cioè 28,82 miliardi, vennero versati dalla BNL e il 51%, cioè 33,11 miliardi, dall’INA. Fra l’altro quell’asta era stata organizzata appunto dal ministero del tesoro che però era anche proprietario di una delle concorrenti, la BNL, per cui c’era un vistoso conflitto di interessi.

E il Banco di Napoli passa alla torinese  San Paolo Imi…

6) Con una successiva asta una banca torinese, la San Paolo-Imi acquistò per 6000 miliardi di lire sia BNL e INA  e sia quel resto di capitale del Banco di Napoli, quel 40% che era rimasto di proprietà dei rimanenti azionisti. Per la precisione, in questa vendita 1746 miliardi andarono alla BNL, 1836 miliardi all’ INA e 2400 miliardi dovevano andare ai rimanenti azionisti, ai quali tuttavia in realtà non furono versati.

7) In tal modo venne realizzato l'exploit da un lato di vendere per… 1746 miliardi le azioni che la BNL aveva acquistato per 29,89 miliardi, guadagnando quindi una cifra ben… 58 volte superiore!!! E così salvando la BNL dal fallimento e il figlio di Ciampi, Claudio, che l’aveva esposta a quel disastro. E d’altro canto si otteneva di far cadere il Banco di Napoli - la sola grande banca del Mezzogiorno - nelle mani della torinese San Paolo-Imi (poi divenuta Intesa San Paolo) privando il Mezzogiorno della sua unica grande banca e così sferrando un colpo mortale all’economia meridionale.

8) nel frattempo la SGA (Società per la Gestione di Attività) aveva recuperato praticamente tutti i crediti che il Banco di Napoli aveva erogato a quelle aziende, il che confermava in modo lampante che si era trattato trattava di crediti esigibili. E il ministero del tesoro si è tenute queste somme recuperate le ha utilizzate per salvare delle banche del centro-nord a rischio fallimento.

Metter fine alla spoliazione del Sud

Insomma, in questa mia ricerca ho potuto rilevare questa impressionante serie di abusi di cui quelli fondamentali erano stati finora sistematicamente occultati all’opinione pubblica. Abusi con i quali oltretutto il Banco di Napoli è stato fatto appunto passare alla torinese San Paolo-IMI. Sicché ho ora ritenuto doveroso renderli pubblici in questo convegno, in modo che tutti i cittadini ai vari livelli possano finalmente vederci chiaro e regolarsi di conseguenza. In effetti sono faccende come queste che hanno ormai diffuso in larga parte della popolazione meridionale la convinzione che la sola soluzione - per metter fine alla spoliazione massiccia e sistematica delle risorse del Sud perpetrata costantemente da 154 anni fino all’attuale situazione del tutto insostenibile - è che l’Italia del Sud si riappropri della propria indipendenza, delle proprie risorse, riprendendo il proprio congeniale cammino di efficace progresso economico e culturale che è stato stravolto dalla cosiddetta “unità”. Cosa a cui a quanto pare ci si sta fatalmente (e fortunatamente) avviando...

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